Tu sei qui:  Casa  /   Porto

Porto

Ruolo del porto nella storia di Licata

Fin dai tempi più remoti Licata ha vantato un porto naturale per ricovero di navi. I limiti costieri di Licata sono piuttosto ampi, e si estendono dalla spiaggia della Ciotta, ad occidente, fino alla foce del torrente S. Nicola ad oriente vicino alle «Due Rocche» confine con il territorio di Butera.La sinuosità della riviera soprattutto ad occidente del Salso, crea delle piccole cale naturali, alcune delle quali, in epoche remote, furono sicuramente utilizzate come approdi. Il primo approdo che si incontra venendo da Palma di Monte-chiaro verso Licata si trova a circa due chilometri dalla torre di Gaffe, è quello creato dalla punta di S. Nicola di fronte alla quale si estende anche un piccolo isolotto dello stesso nome dove si vedono alcune rovine antiche.Il pianoro alla sommità dell’isola, un tempo era certamente più grande, è ricchissimo di resti fittili di ogni epoca e vi è pure qualche fossa granaria e qualche cisterna per la raccolta delle acque, e delle rovine medioevali che sono d’attribuire all’antichissima chiesa di San Nicolai, esistente già prima del 1177 nella zona alta dell’isola e stato rinvenuta una vasta camera di combustione, a fossa, ora quasi del tutto interrata, necessaria ad accendere alti fuochi di segnalazione visibili a grande distanza.Questo posto di segnalazione luminoso, collegato in linea d’aria con l’altro scoperto sul monte Sole e idealmente collegato con la linea di segnalazione che in direzione nord-sud, da Cefalù a Licata, i Cartaginesi avevano costruito testimonianza del dominio punico a Licata, centro di confine con il suo fiume Salso (Alykos) con i Greci, instauratosi all’inizio del IV sec. e rimasto sostanzialmente immutato sino all’espulsione dei Cartaginesi dall’Isola nel corso della prima guerra punica. Attorno all’isola di S. Nicolo nel 1975 e stato recuperato un ceppo di ancora litica adoperato nella marineria antica, diversi lingotti di piombo e numerosi grossi frammenti di anforoni fittili ancora internamente impeciati per meglio conservare l’aroma del vino che contenevano. In questo medesimo luogo nel 1974,i sub del Centro Attività Subacque di Licata scoprirono palesi tracce di un antico naufragio sono stati inoltre sul fondo marino fu recuperato un grosso pezzo d’artiglieria in bronzo, della lunghezza approssimativa di quattro metri ricoperto di concrezioni calcaree, di facile asportazione meccanica insieme ad almeno altri cinque pezzi d’artiglieria dello stesso metallo, lunghi approssimativamente metri 1,20, in parte ricoperti da concrezioni, in parte sommersi nel limo del fondale; numerosi pezzi di minor calibro molti altri simili a quelli che armavano le galeazze venete e genovesi del XV e XVI secolo; una ancora probabilmente di ferro, a due marre, di grosse dimensioni, la cui forma denuncia l’uso in un periodo storico che va dal tardo romano o bizantino a buona parte del medioevo; una contromarra a tre buchi, in piombo, che serviva a contrappesare le marre delle ancore lignee in uso nelle marineria del tempo a partire dal VII sec. a.C.L’approdo di S. Nicolo era un tempo difeso a levante da una scogliera emergente, ora erosa, che congiungeva l’isola alla terra ferma. L’accesso all’isola è comunque possibile dal versante di tramontana tramite uno stretto viottolo che conduce alla sommità. Lasciando l’isola di S. Nicolo, si incontrano due ridotti di modesta ampiezza tali approdi sono sicuri in quanto hanno le rade chiuse dalle punte di costa che si protendono in mare come due bracci procedendo sempre verso levante si ha la cala della «Mollaga», profonda e ben nascosta, capace ospitare di quattro galeotte, ben riparata ad oriente dall’alta rocca della Monachella, congiunta alla terra ferma da una angusta lingua di sabbia. Questo approdo, per la sua posizione strategica e per essere stato spesso scelto dai corsari a dai Turchi, fu protetto, nella prima metà del Cinquecento, da una torre di guardia a base poligonale, detta «torre di S. Nicola».Subito dopo si apre la «cala del Fiumicello», meglio conosciuta come la cala della Mollarella approdo molto sicuro ad oriente è protetto dalle basse pendici rocciose del «Pizzo Caduta», naturale posto di guardia dell’ ampia baia e sede di antichi stanziamenti preistorici risalenti paleolitico, ad occidente invece da una sottile lingua di terra che si va facendo, man mano che si inoltra nel mare, più ampia e più alta, conosciuta meglio col nome di «rocca Mollachella».

                     

E’ questa baia il porto naturale di una cittadella arcaica, ellenista nel VII sec. a.C. da colonizzatori cretesi, sulle pendici meridionali del colle «Poliscia» (dal greco «polis» == città). Di tale stanziamento umano, sul lato occidentale della «Rocca Mollachella», si sono già scoperti, fin dal 1972, numerosi resti di una necropoli arcaica con sepolture ad incenerizione che, dalla lettura analitica degli ornati dei reperti fittili rinvenuti, risalgono ad un periodo che va dalla fine del VII sec. a.C. al 1° quarto del VI sec. a.C. Ai margini invece della cala della «Mollaga», sempre pertinente alla città è stato scoperto «thesmophorion» di Demetra, dea della fertilità dei campi e della fertilità femminile, ossia un santuario all’aperto frequentato da sole donne che vi andavano a deporre offerte che per buona parte sono state recuperate e custodite nel museo civico di Licata. Il porto della Mollarella era protetto anche da un molo naturale, riadattato dall’uomo, oggi purtroppo sprofondato sulla rocca sono state rilevate degli elementi ottenuti dalla dura pietra squadrata a blocchi che oltre a far pensare ad un posto di vedetta per il porto che fanno pensare anche all’esistenza di una fossa per segnalazioni visive che dovevano indicare, di giorno col fumo e di notte col fuoco, alle navi la presenza di questo porto.Superando il «Pizzo Caduta» si trovano diverse piccole insenature; quella di «Pietre Venti sole», così chiamata dagli antichi dai venti grossi e faraglioni isolati che esistevano nei pressi di questo ridotto; e quelle conosciute con i toponimi di «Bisagna» e della «Galia», molto ampie e ben protette da rupi che si protraggono verso il mare. Per custodire queste insenature dai corsari, che per anni misero in crisi l’agricoltura che i Licatesi che praticavano sulle coste, fu costruita una torre di guardia sulla cresta della Caduta che avrebbe potuto scoraggiare l’approdo dei vascelli sospetti. Proseguendo verso Licata si incontrano altri piccoli approdi: quello della «Gliarella» e quello del «Cannatello». Non era assolutamente adatta ad ospitare navi di nessun genere invece, la parte che inizia all’altezza del declivio argilloso della chiesa di Monserrato, per tutta la spiaggia di «Marianello» sino ad arrivare alle spalle del molo di ponente del porto di Licata. Questa riviera, estesa per circa due chilometri, è a mare aperto, colpita sia dalle sciroccate che dalle libecciate sia per via della costa sabbiosa, molto stretta, d’inverno è quasi impraticabile e per le violente mareggiate e per le continue frane dei calanchi argillosi che le stanno a ridosso. La pericolosità per i navigli ed i natanti di vario genere è data anche dalla miriade di scogli appena emergenti dall’acqua d’estate e completamente coperti e quindi maggiormente insidiosi d’inverno. Per questi motivi gli antichi licatesi definirono questa piegatura della costa, a forma di mezza luna, «Porto Villano». Il litorale continua ad essere ancora importuoso ad oriente dalla foce del fiume Salso. Per un tratto di tre chilometri circa incontriamo solo spiaggia aperta e scoperta, bassa e sabbiosa, interrotta solo dai valloni della «Foggiatella», di «Safarella», della «Mintina», di «Montegrande» e di «Canticaglione». Per quanto riguarda l’attuale porto, questo era stato particolarmente valorizzato dopo la conquista araba della parte meridionale dell’ isola per via del suo emporio frumentario.I documenti più antichi che attestano la sua operosità oltre che la sua esistenza li troviamo presso gli Atti Capitolari della Cattedrale di Agrigento, all’epoca del conte Ruggero II il Normanno che nel 1093 concesse a Geriando, vescovo di Agrigento, le decime sulla dogana marittima di Licata. Nel tardo medioevale lo sbarcatoio di Licata, era molto piccolo, era formato a levante da un contrafforte di roccia, il promontorio San Giacomo dove vi sorgeva una fortezza, difesa della cala e della marina, ed a ponente da qualche scoglio e da un breve molo, detto «il martello del caricatore»; il resto era rada aperta ed esposta interamente ai venti che dominano su questa costa. Del porto di Licata abbiamo notizia in una lettera di Carlo d’Angiò, datata Foggia 23 marzo 1267, con la quale si dispone di riordinare i registri di imbarco e sbarco dei porti di Licata, Sciacca, Palermo, Messina, Termini, Girgenti, Trapani. Addirittura, presso la Cancelleria Angioina di Napoli, si hanno documenti che attestano l’esistenza di un arsenale nel porto di Licata già nel 1272 e per lo stesso, unitamente a quelli di Palermo e Trapani, in data 19 ottobre 1276 furono pagate 200 onze d’oro per lavori di riparazione.Quale fosse però la precisa ed originaria topografia della marina licatese non pero molto chiarezza, anche per le via delle modifiche subite nel corso dei secoli,un’attenta lettura delle fotografie aeree e della cartografia può farci notare, che nel settore sud-occidentale della città, precisamente nell’entroterra del porto attuale e sotto il monte Musardo, già sede del Castel Nuovo, poi diventato Quartiere degli Spagnoli, una caratteristica depressione ovale che rivela particolari trasformazioni subite dal terreno rispetto alla topografia antica della zona.Attraverso i secoli questa zona dell’abitato è rimasta sempre ai margini dello sviluppo edilizio e fu tenuta sempre fuori dalla cinta muraria, la ragione di questo vuoto nell’immediato centro urbano, se considerando che la città medioevale era protesa più ad occidente che ad oriente, è per motivi geologici. Un tempo il mare lambiva la parte occidentale di Licata, bagnando tutta l’odierna via Barrile e la zona compresa tra la via Guglielmo Marconi e la Colombo.

             

Licata dunque, nella prima metà del 500, si presentava come una penisola lambita da tre parti dal mare e legata da una quarta parte al «monte Gela», ossia al monte S. Angelo. Il mare la lambiva ad oriente e ricopriva buona parte dell’ odierno quartiere «Africano», la zona delle poste centrali, l’ampia zona «Giummarella-Salato, l’area dei giardini comunali e parte della piazza della Vittoria. Le acque marine bagnavano anche, a meridione, l’attuale piazza Attilio Regolo, già piano del Ponte. L’Ortu du Za Saru formava quindi una profonda insenatura, a stretto ingresso, riparata da ogni parte dai venti e dalle correnti e costituiva così uno scalo piccolo, ma sicuro, sovrastante vi era ed vi e la via S. Maria dove c’erano delle fosse granarie.Alcune circostanze ci spiegano come geologicamente fosse possibile la presenza di una cala così profonda a poca distanza dalla foce del Salso. Le spalle dell’Ortu sono rocciose; il vento predominante su queste spiagge è il libeccio che eliminava ogni eventuale deposito; il passaggio tra il promontorio S. Giacomo e la penisola di Licata, non lasciava completamente passare i detriti del Salso, sospinti verso ovest dallo scirocco, ma li manteneva sul suo fianco orientale, provocando, specie quando nel 1590 il castello fu unito alla terra ferma, quel fenomeno di insabbiamento ancora oggi in atto ad oriente della città, se bene in forma ridotta grazie alla costruzione negli anni cinquanta del molo foraneo di levante.Continue ed errate sistemazioni dello sbarcatoio, con la creazione di sbarramenti da occidente verso oriente, avranno certamente annullato la benefica azione del libeccio e avranno invece agevolato l’accumularsi nella cala dei detriti deltici che riuscivano a passare dallo stretto che si apriva tra il promontorio Limpiados e la città, che unitamente al dilavamento della ripida collina argillosa posta ad ovest, oltre a creare un acquitrino malfido, ha causato l’avanzamento continuo dello scalo.Senza alcun dubbio la cala dell’Ortu du Za Saru sarà stata anche l’approdo dell’antica città greco romana sorta sulle pendici del colle S. Angelo. Questo oltre ad essere dimostrato dalle fosse ipoteche per la conservazione dei cereali che troviamo a metà dell’odierna via S. Maria, proprio sopra l’antico porto, è attestato anche dalle varie ancore di piombo, oggi custodite presso il museo navale di Siracusa, e dalle numerose anfore vinarie ritrovate in fondo alla rada dell’attuale porto di Licata. La principale risorsa commerciale del porto di Licata, era il grano ma dopo l’abolizione dei caricatori di grano, furono le vicine miniere di zolfo di Riesi, Campobello, Ravanusa e quelle più lontane di Caltanissetta, Sommatino, Enna.
Lo zolfo alimento a Licata ben cinque raffinerie, la più grande delle quali, costruita nel 1912 dalla ditta «Alonso e Consoli» di Catania, era forse la più importante d’Europa. Di minore entità erano invece quelle costruite dalla ditta «Fog» di Palermo, che ottenne l’ambito premio della medaglia d’oro all’Expo Universale di Parigi nel 1900 per gli zolfi moliti e raffinati, per questo motivo fino ai primi del 900, Licata, insieme a Porto Empedocle e Catania, fu una delle principali stazioni zolfifere della Sicilia. Il titolo di città laboriosa e industriale e di porto attivo, proveniva anche dai tre grandi mulini, tra cui l’Ercules il più importante, ad alcune fabbriche di ghiaccio, ai vari pastifici, da una fabbrica per l’estrazione dell’olio al solfuro dalle sanze, nonché da uno dei più moderni stabilimenti di concimi chimici, quello della Società Montecatini, con annessa fabbrica per la produzione di acido solforico che si otteneva dallo zolfo nelle camere di piombo. Licata era anche deposito di locomotive e del personale viaggiante delle FF. SS. Ad esse facevano capo la linea a scartamento ordinario Siracusa-Ragusa-Licata-Canicattì-Caltanissetta, nonché la linea a scartamento ridotto Licata-Agrigento. Il movimento ferroviario era enorme. Al traffico interno, oltre ai mezzi meccanici erano adibiti ben 1700 carretti trainati da muli; dal porto di Licata si esportavano zolfi grezzi e lavorati, asfalti di Ragusa, sanze, scope, pietra di gesso, piselli, quest’ultimi primati licatesi molto rinomati, partivano per Londra, Budapest, Vienna. Si importavano carbone, fosfati, superfosfati, nitrato di soda, legname, ferro, pozzolane, ardesie artificiali, marmi, automobili, macchinare generi alimentari e molti altri innumerevoli prodotti, e per far fronte all’enorme quantità di merci che transitavano per il porto di Licata, il Consorzio per la Sicilia apri in questa città dei grandi magazzini generali. Questa evidente prosperità richiamò non solo a Licata l’attenzione del Banco di Sicilia che vi aprì nel 1928 una propria agenzia la terza dopo quella di Marsala e Milazzo, ma anche molti commercianti di altri paesi che vi aprirono le loro case di rappresentanza e che unitamente ai Licatesi, diedero vivo impulso ad una elegante fioritura di architetture liberty che abbellirono l’aspetto urbanistico della città. Don Fabrizio Talamo apri la sua casa nel bel palazzo di fronte la villetta Garibaldi; don Francesco Morello ristrutturo il palazzo vicino alla casa Talamo passato poi ai Sapio-Orlando; l’inglese Frank stabilì la sua residenza nel settecentesco palazzo Frangipane oggi sede della Banca Popolare Sant’Angelo, gli Scalia di Palermo, rappresentanti della casa Trabia, abitarono nel palazzo settecentesco dei conti Adonnino, già Perconti, oggi gravemente mutilato, sito ai piedi del Corso Vittorio Emanuele, angolo piazza Duomo. Tra gli imprenditori licatesi possiamo citare i Verderame che dotarono la piazza dedicata al «Progresso» di un gruppo di sontuosi palazzi liberty, a loro appartengono anche le originali architetture che si possono osservare sul monte Sole tra cui la stupenda villa Luisa con torre lanterna, palazzine altrettanto pregiate edificarono gli Urso, i Cannarella, i Liotta e i Sapio-Rumbolo in prossimità della cinquecentesca chiesetta di Monserrato, distrutta e ricostruita secondo un progetto dissimile all’originale nel 1982. Molto pregiata in particolare è la villa del cav. Urso, ristrutturata ed ampliata nel 1907, su progetto di E. Basile, che richiama per certi aspetti la palazzina Deliella di Palermo, oggi demolita e il palazzo Manganelli di Catania, opere del medesimo architetto palermitano. Antagonisti dei Verderame furono i La Lumia che stabilirono la loro residenza in un sontuoso palazzo liberty costruito lungo il corso Umberto I. Seguono i Ponlillo che ebbero palazzi lungo il corso Roma e la zona Marina e gli Alaimo che gestivano un prosperoso mulino. Ma questa aria di benessere fu avvertita anche dai pubblici amministratori che dotarono la città di tutte le infrastrutture civili, di un piano regolatore, di strade e giardini, di un sontuoso palazzo municipale, frutto dell’estro creativo di Ernesto Basile, di un teatro comunale costruito da Filippo Re Grillo che lo gesti per lungo tempo.
Questo senso del benessere fu gustato anche dalla piccola borghesia che rinnovò le proprie vecchie case, dotandole di decorosi e ben disegnati prospetti e affidandole dell’affrescatore licatese Angelo Zarbo. E a questa ventata di raffinatezza vanno attribuite la palazzina Todaro, al porto, oggi molto rimaneggiata, progettata nel 1926 dall’ing. Antonino Re, la casa Grillo, Biondi, in piazza Elena e la palazzina Grillo, vicino al vecchio ospedale, anche questa, oggi abusivamente manomessa, costruita dal geom. Filippo Re Grillo. Questo benessere cominciò però ad entrare in crisi quando il commercio dello zolfo non fu più libero, ma venne monopolizzato prima a mezzo dell’Anglo-Sicilian Sulfur Company e poi a mezzo del Consorzio Obbligatorio costituito con decreto del 15 luglio 1906 e disciolto infine con decreto del 20 luglio 1932 n. 945. La crisi solfifera siciliana si aggravo maggiormente quando nel 1921 gli USA, che tra il 1902 e il 1904 avevano scoperto nella Luisiana importanti giacimenti zolfieri che ridussero notevoltmente i prezzi dello zolfo. La crisi del porto di Licata in particolare comincia a farsi strada quando con la costruzione di nuovi nodi ferroviari si uni il centro del’isola a Porto Empedocle e a Catania, che dirottarono nella marina di Agrigento e nell’approdo etneo le correnti zolfifere. A questo si aggiungono anche le tariffe più favorevoli che in tali porti si praticavano nonché le condizioni infrastrutturali di gran lunga più ottimali di quelle presenti nel porto di Licata, povero persino di fondali ed ancora privo di banchine. Ma fortunatamente lo zolfo non era l’unico prodotto che i mercantili venivano ad imbarcare a Licata, fino al 1928 ad esempio si imbarcarono 31 mila tonnellate di asfalto, finché tale prodotto non venne dirottato a Siracusa. Da Licata, inoltre, via mare, partivano periodicamente piroscafi per il nord, l’est e il centro Europa, carichi di cereali, legumi, primizie, frutta ed ortaggi. Nel 1929 la Società Generale Elettrica della Sicilia, visto che Licata all’ora era tra i più importanti centri industriali e commerciali della Sicilia, la designo quale sede della grande Centrale Termoelettrica, che avrebbe dovuto tra l’altro fornire energia all’importantissimo bacino zolfifero del fiume Salso. La grande centrale doveva sorgere sul terreno in parte allora ancora occupato dal castel S. Giacomo per tre parti appartenente al Comune e una parte al Demanio. Ma alla fine questo disegno ambizioso naufrago insieme a tutto il settore zolfifero già in crisi. La crisi zolfifera diventò tuttavia insanabile dopo la fine del secondo conflitto mondiale, lo zolfo siciliano non era più richiesto dal mercato, le raffinerie licatesi furono costrette a chiudere o per dichiarato fallimento o per le ferite insanabili subite dai bombardamenti anglo-americani nel corso degli ultimi mesi che precedettero lo sbarco del 10 luglio 1943. La fine di queste raffinerie, che nonostante la crisi e la diminuita esportazione nel 1933 avevano prodotto circa 20 mila tonnellate di zolfi moliti, provocò anche la chiusura della Società F.O.R.Z.A. e Luce, mentre restò in piedi l’altra centrale elettrica che serviva per i bisogni della Società Montecatini. Con gli anni cinquanta entrarono in crisi tutti gli altri settori industriali pubblici e privati e tra questi il colosso Montecatini che fu chiuso e smantellato negli anni sessanta, e per i disoccupati non c’era altra via, visto che il governo centrale non riusciva ad offrire null’altro di meglio, che l’emigrazione. Il regresso del porto si fece invece sempre più evidente e più acuto quando per espressa volontà politica si potenziò il vicino approdo empedoclino. Le conseguenze sono state drammatiche, il traffico è andato sempre più diminuendo fino a diventare quasi assente.